Orazio e il pettine misterioso

Orazio camminava sul bagnasciuga. Le onde lambivano svogliate i suoi piedi nudi.
Schizzi d’acqua accompagnavano gli schiamazzi festosi dei bambini sulla riva. Di
tanto in tanto uno spruzzo colpiva la sua pelle arroventata, l’uomo sussultava.
L’acqua era un brodo salato, il sole martellava incurante i corpi semi nudi dei
tantissimi bagnanti che si spalmavano sopra i teli sgargianti come balene
spiaggiate. Un panama immacolato nascondeva i suoi radi capelli. Assorto nei suoi
pensieri, Orazio sentiva scendere Il sudore dalle sue tempie in grosse gocce
copiose. La sua pelle, unta da un generoso strato di crema solare, aveva comunque
preso un vivace colore aragosta. Il poverino si sentiva bruciare, un crostaceo tuffato
nell’olio bollente: era questo il suo pensiero.
Arrivato nei pressi del molo l’uomo era stanco, la strada del ritorno gli appariva come
un supplizio divino. Ricordò le parole del suo medico condotto: lo esortava a godersi
una lunga vacanza al mare, respirare aria salubre, stimolare la produzione di
vitamina D esponendosi al sole. Era in quel luogo di villeggiatura da soli tre giorni;
nonostante ciò già sapeva di odiare la sabbia che gli si infilava tra le natiche, i
mocciosi urlanti e scatenati, le alghe con il loro odore di mare morto e il suo dottore.
Sì, Orazio detestava il suo dottore e se stesso per essersi fatto convincere a
sottoporsi a quella tortura fisica e psicologica con la promessa - del tutto falsa, ora lo
sapeva - che la tensione accumulata nei lunghi giorni spesi dietro a bilanci e
scadenze fiscali si sarebbe allentata.
Con un sospiro profondo, rigido come uno stoccafisso, le braccia larghe per non
sfiorare i fianchi scottati, Orazio si apprestò a fare dietrofron. Camminava a testa
bassa, attento a non calpestare i carapaci vuoti dei granchi quando un luccichio,
sotto l'onda che lentamente si ritraeva, catturò i suoi occhi.
L’uomo si arrestò e acuì lo sguardo incuriosito da quel balenio fulmineo. Quasi
completamente nascosto sotto un grosso ciottolo levigato, trovò un piccolo pettine
d’avorio intarsiato. Un paio di denti erano saltati; il mare, con i suoi movimenti
ondulatori, lo aveva un po’ limato ma il pettine restava comunque un grazioso
manufatto.
Orazio lo liberò dalla presa costrittiva del sasso. Anche il pettine detestava quel
posto, a quel pensiero un sorriso bonario gli distese le pieghe intorno alla bocca. Da
quanto tempo quell’oggetto era lì? E perché nessuno lo aveva recuperato? Eppure
di villeggianti ne erano passati tanti prima di lui. Orazio si convinse che fosse stato il
pettine a scegliere lui, brillando solo al suo passaggio. Lo infilò con cura nella tasca
dei suoi bermuda e rinfrancato riprese il percorso a ritroso fino al suo ombrellone.
Quella sera, dopo una doccia rinvigorente, sedeva nella grande sala da pranzo
dell’albergo dove alloggiava. Di fronte a lui sedeva sua moglie: una donna
grassoccia, non più alta di un metro e mezzo, con la faccia rubiconda, due piccoli
occhi fiammeggianti e la bocca sempre aperta. Mangiava e parlava
simultaneamente, la sua voce era alta e stridula, ogni parola era una pistola che
sparava minuscoli pezzi di cibo mescolati a gocce di saliva ancora più piccole. Un
fastidio costante per il povero marito che, di solito, annuiva rassegnato senza mai capire del tutto i suoi discorsi. In quel frangente, però, Orazio neanche fingeva di
ascoltare. La sua mente era rapita da quel tesoro inaspettatamente trovato vicino al
molo. Lo sguardo imbambolato che trapassava lo spesso strato di adipe della moglie
senza vederlo davvero tradiva la sua incertezza interiore e la sua smania di
conoscenza. Da dove veniva il suo pettine? Chi lo aveva posseduto e come lo aveva
perduto? La sua non era mera curiosità ma qualcosa di più profondo. Era il bisogno
di sapere o forse di sperare che le avventure della vita non si riducevano a una
tediosa vacanza al mare.
Al termine della cena, Rosa, la moglie, volle fare una passeggiata sul lungomare.
Orazio la accontentò mal volentieri. Il cinturino dei sandali aveva formato un callo sul
suo tallone che con l’acqua salata si era ammorbidito e adesso sanguinava
procurandogli lancinanti dolori ad ogni passo. La maglia di cotone si strofinava sul
suo petto arrossato come carta vetrata sul legno tenero. Un esteso eritema gli
copriva la pelle delle cosce e l’orlo dei pantaloncini di lino beige che indossava,
strusciandoci sopra, accentuava l’irritazione. La forte antipatia verso il suo medico di
famiglia crebbe e, visto che c’era, anche l’astio nei confronti di sua moglie aumentò
di intensità; tutto questo in silenzio, come di sua abitudine.
Ritornati nella soffocante camera d’albergo, Rosa, senza cessare il suo monologo,
appese l’abito leggero nell’armadio, fece una capatina veloce in bagno e si infilò a
letto. Cinque miniti più tardi un sinfonico concerto di fischi, ronfi e sbiascichii
annunciò a Orazio che sua moglie dormiva.
La chiave, girò con estrema lentezza nella toppa della porta del bagno. Solo dopo
aver compiuto quell’azione in scrupoloso silenzio, l’uomo tornò a respirare. Ora, al
sicuro da sguardi indiscreti, prese il beauticase, estrasse il suo rasoio, lo spazzolino,
il tubetto di dentifricio alla menta per un alito fresco e, in fine, tirò fuori il suo
bellissimo nuovo pettine d’avorio intarziato. Restò a fissarlo per un tempo
lunghissimo con occhi grandi di meraviglia, la bocca appena aperta, le labbra che
formavano una O perfettamente rotonda. Le sue dita scorsero sulle incisioni
leggermente abrase dal tempo e dal mare; il pettine fece alcuni giri tra le sue mani,
ogni sua parte fu osservata, perlustrata, ispezionata con perizia maniacale. Sentì il
materiale liscio del manufatto sui polpastrelli procurargli intense ondate di piacere.
Anche gli altri sensi si rafforzarono: sentì l’odore salmastro che emanava, vide i
candidi dentini appuntiti brillare alla luce della specchiera, udì il vento fischiargli nelle
orecchie e il richiamo di canti antichi che… aspetta un momento, pensò l’uomo
sorpreso. Appoggiò il pettine sul lavandino e tornò a sentire il forte ronfare della
moglie. Il suo sguardo stranito si posò nuovamente sul pettine, una strana
sensazione gli smosse le viscere. Non aveva davvero udito quei canti, poteva
giurarlo, o no? Non poteva essere vittima di un colpo di sole, era maledettamente
sicuro di aver sempre indossato il cappello. Che diavoleria era mai quella?
Il braccio di Orazio si allungò, la mano vistosamente tremante. Restò un momento
sospeso, quasi timoroso, poi raggiunse il pettine. Un istinto che non sapeva definire
lo spinse a passarlo tra i capelli, quei pochi fili sottili che ancora resistevano stoici
sulla sua testa. Un piacere denso si sprigionò dall’oggetto, fluido e scorrevole,
dilagando in tutto il suo corpo. Le gambe divennero molli, lo stomaco, uno sciame di insetti brulicanti, la testa, un palloncino pieno di elio attaccato a un filo. La follia era
un dolce nettare degli Dei, fu il pensiero di Orazio.
I gesti esasperatamente lenti della mano continuarono a sfiorare la sua testa, dalla
fronte alla nuca e poi ancora per un tempo infinito. Immagini sbiadite apparirono
nella sua mente come scene di un vecchio film su un grosso telo bianco. Un vecchio
galeone solcava il mare, le sue vele gonfie di vento. Le onde imbizzarrite facevano
rollare la nave, i marinai afferravano corde, tiravano argani, si lanciavano funi.
Orazio con le mani sul timone, affrontava il maestrale. Lunghe ciocche di capelli
scuri intrecciate con perle colorate gli sferzavano la faccia e dal taschino del suo
corpetto usciva il pettine d’avorio con tutti i suoi denti intatti, le linee degli intarzi
nette, precise, perfette. Il teschio bianco sulla stoffa nera sventolava sul ponte di
prua. L’uomo urlò: - CIURMA!
Rosa sobbalzò sul letto, il fiato corto, gli occhi fuori dalle orbite. Chiamò suo marito
una, due volte. Non ottenendo risposta si diresse verso il bagno; la sua mano paffuta
afferrò la maniglia e spinse. Niente, la porta non si aprì; Rosa provò a bussare, forte,
sempre più forte ma Orazio non rispose. Terrorizzata da quell’urlo selvaggio, in
preda ai pensieri più catastorfici, la donna si spinse con tutto il peso del suo
ragguardevole corpo contro la porta; quest’ultima si aprì di botto. I suoi occhi si
posarono su Orazio, in piedi di fronte alla specchiera, in mutande, assorto nelle sue
faccende. Con il volto paonazzo, le narici che si allargavano e si stringevano
spasmodicamente, le labbra strette, la mascella serrata, Rosa alzò la mano e, nel
preciso momento in cui il marito arrivò a pettinarsi la nuca, acciuffò il pettine
strappandolo dalle sue dita.
L’idillio di Orazio si interruppe bruscamente eppure la lucidità tardò ad arrivare.
Ancora immersso nel pieno del suo sogno a occhi aperti, il pirata agguantò il rasoio
e con un movimento repentino arrivò alla gola della moglie. La lama affilata affondò
nella carne di Rosa come un coltello caldo nel burro; un fiotto di sangue schizzò
dall’arteria recisa imbrattando il volto di Orazio, lo specchio illumunato, le mattonelle
verdi, il lavabo bianco.
Istintivamente, la moglie si portò le mani al collo. La bocca spalancata e gli occhi
allucinati dalla sorpresa, cadde a terra. Lì morì, in un lago di sangue.
La mattina successiva, una inserviente, entrando nella stanza con una pila di lavette
tra le mani, trovò il cadavere di Rosa nel punto in cui si era accasciata a terra. Vide
coaguli brunastri insozzare il lavabo, le mattonelle, la specchiera. E vide una
maschera di sangue rappreso riflessa allo specchio. Orazio, incantato, passava
serenamente il suo pettine tra i capelli.

Vacanze al mare, racconto noir, horror, scrittura creativa




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