Passi nel buio

Un suono acuto, prolungato e intenso coprì il rumore di passi affrettati, il chiacchiericcio, il concerto di suoni acustici per la via. Saverio ascoltò l’ululato familiare della sirena che chiudeva la giornata. Erano passati trentanove anni dalla “Guerra Rossa”: il grande conflitto mondiale che aveva visto la totale sconfitta del genere umano. Era stata una guerra batteriologica. Tutti contro Tutti. Il proliferare di armi chimiche sempre più distruttive non era stato un deterrente agli scontri. La pace sopraggiunse con il lancio di missili che scaricarono sul pianeta intero la loro finissima polvere rossa su ogni cosa. Quello fu l’ultimo colore che gli uomini videro. Saverio Monti faceva parte della prima generazione terrestre ad aprire gli occhi in un mondo buio; a crescere senza sapere quale fosse l’aspetto di sua madre, a dover imparare a vedere con il tocco, l’olfatto e le orecchie. Una cosa così naturale per lui, nato senza luce nelle pupille. Eppure ricordava la malinconia di suo padre, la tristezza nel tono della voce quando parlava dei campi di grano maturo e la difficoltà di quella vita del tutto innaturale per chi era nato col dono della vista. La voce meccanica di un palo di attraversamento segnalò il via libera. Saverio si avviò al centro della strada fino a quando un bip seguito da una vibrazione lo fece rallentare. Il bastone, dotato di buzzer, si mosse lentamente sondando lo spazio vicino ai piedi fino a cozzare sul bordo del marciapiede. L’uomo salì attento il gradino. Alla sua destra, parole atone uscirono da un sensore. “Si avvisa che la farmacia è chiusa. Il servizio riprenderà dopo la sirena del mattino.” Ancora trentacinque passi e sarebbe arrivato a casa. Lo strusciare convulso di suole a cinque passi da lui lo mise in allarme. Un profumo di lillà colpì le sue narici. Un corpo minuto e leggero lo investì. Saverio barcollò. Il bastone cadde a terra con un suono breve e tagliente. Le sue braccia circondarono quel corpo nel tentativo di sorreggerlo mentre le sue gambe persero stabilità. Un sentore metallico proveniente dell’uragano che lo aveva colpito si mescolò all’odore terroso del marciapiede. Un lamento soffocato sfuggì dal corpo disteso sopra di lui. Saverio, con il fiato corto, tossì; provò a spostarsi, poi tastò il terreno. “C’è qualcuno che può darmi una mano?” Tutto quello che voleva era arrivare a casa eppure la vita non smetteva mai di trovare un modo per complicare anche il più semplice dei tragitti. Dopo alcuni interminabili secondi, il peso che lo bloccava a terra rotolò al suo fianco con uno sforzo sofferente. A fatica Saverio si portò sulle ginocchia. la sua lingua schioccò freneticamente a destra, poi a sinistra. Le vibrazioni a bassa frequenza che generava lo aiutarono a individuare la posizione del suo bastone. “Sei ferita.” Bisbigliò l’uomo serrando le dita sul suo bastone. “No.” Fu la risposta secca della ragazza. “Non era una domanda. Sento l’odore del sangue.” L’uomo si issò facendo leva sull’impugnatura anatomica. Allungò una mano, pollice e medio scattarono l’uno sull’altro. Uno spostamento d’aria accarezzò il suo palmo. “Più a sinistra.”Precisò Saverio con il braccio ancora teso. “Più a sinistra cosa?” Un sorriso stanco si aprì sul volto dell’uomo. “Se vuoi colpire la mia mano devi mirare più a sinistra.” La ragazza provò a tirarsi in piedi, un grugnito uscì dalle sue labbra. Saverio la afferrò per il bavero della giacca e la raddrizzò. “Dove sei stata ferita e soprattutto perché?” La giovane, con una mano premuta sulla giacca strappata all’altezza della spalla destra, abbassò la testa e parlò con voce fioca. “Mi chiamo Eulalia.” “E…” La incalzò Lui. “Non sono affari tuoi. Lasciami in pace.” Saverio fece tre passi avanti dando le spalle alla scorbutica sconosciuta. “Abito qui vicino. Se ti serve aiuto seguimi.” Le pietre ruvide vennero percosse da un ticchettio ritmico, il suono dei passi cadenzati iniziò a dissolversi lentamente. Eulalia picchiò i pugni sulle cosce. Una fitta acuta le percorse il braccio. Un velo di sudore gelato le imperlò la fronte. Sconfitta dal dolore lancinante decise di seguire quei rumori.. All’incirca venti passi più tardi la ragazza si fermò. Il crepitio delle foglie trascinate dal vento sollecitava i suoi fragili nervi. La strada priva di vita le urlava in faccia la sua desolazione. La ferita pulsava come un cuore tachicardico. “Sono alla fine del marciapiede.” Un sussulto improvviso le spezzò il fiato, un urlo stridulo turbò il silenzio. Una reazione comune a tutti sulla Terra. Con la mano premuta sulla bocca, Eulalia tornò a respirare, faticosamente. Il rumore ovattato delle sue suole di gomma raggiunse rapidamente la fine del marciapiede. “Ti ho spaventata?” La ragazza si piazzò a fianco di Saverio con urgenza.”Cribbio! Sì, stavo per restarci secca.” Dita solide le afferrarono la mano, lei si irrigidì; il tocco di quel palmo mite la scaldò. I muscoli si sciolsero. Lui la condusse verso casa. Il portone dava direttamente su una fila di anguste scale di marmo. "Bentornato signor Monti.” Gracchio il sensore sullo stipite. L’odore di muffa e stantio riempiva l’aria, l'eco dei passi rimbalzava sulle pareti amplificato. Al primo piano, Saverio fece tintinnare il mazzo di chiavi; i polpastrelli esaminarono adagio le dentature di metallo. Un breve cigolio segui lo scatto metallico della serratura. La porta si richiuse silenziosamente. La lingua cominciò la sua rapida danza sul palato. “Perché usi l’ecolocalizzazione? Non hai ancora la mappa mentale di casa tua?” Nel tono di voce, insieme alla perplessità, aleggiava una palpabile diffidenza. “Io sì, ma i malintenzionati no. Potrebbero essere inciampati, aver rovesciato qualcosa; con gli ultrasuoni mi assicuro che sia tutto in ordine.” Eulalia mosse la testa su e giù, lentamente, quella risposta non faceva una grinza. Chissà perché a lei non era mai venuto in mente. Saverio la condusse al divano e la fece accomodare. “ Torno subito, non spostare nulla.” L’armadietto del bagno era perfettamente organizzato: ogni prodotto era appoggiato con precisione, ogni spazio riempito senza stipare gli scaffali. Le dita di Saverio corsero senza esitazione verso la scatola del pronto soccorso. Farsi male in quel nuovo mondo era sempre pericoloso, l’impossibilità di appurare l’entità del danno aumentava il rischio di morte. La tecnologia medica, già prima della Guerra Rossa, aveva fatto passi da gigante: androidi, nano robot, macchinari diagnostici completamente autonomi, ambulanze autoguidate. Nonostante ciò l’età media degli esseri umani era diminuita; questo succedeva per errori di sottovalutazione degli incidenti e la mancata tempestività nel chiamare i soccorsi. In sala Eulalia era ancora immobile, la schiena eretta a cinque centimetri dallo schienale, le mani giunte sulle ginocchia. Un tremito la scosse quando lo sentì rientrare. “Prendi la mia mano e indicami dove sei ferita.” Lei si sfilò la giacca stringendo i denti, poi la felpa con movimenti misurati. Una lacrima scese sulla sua gota. Una stretta incerta afferrò il polso di Saverio avvicinandolo alla spalla. Lui tastò la ferita, Eulalia imprecò. “Finiscila, E’ solo un graffio.” Lei sbuffò. “Come fai a dirlo?” L’uomo prese una garza imbevuta di disinfettante. “L’odore acre del sangue non è troppo forte, è solo un graffio.” Strofinò delicatamente la medicazione sul taglio. “Fai piano maledizione!” Un grosso cerotto bianco si appiccicò sulla spalla, Eulalia sospirò. “Allora, vuoi dirmi cosa è successo?” Quella domanda fatta piano con voce paziente sciolse la tensione che le opprimeva il petto. Brevi singhiozzi le scossero la cassa toracica, lacrime salate le rigarono il viso. “Tornavo a casa dopo aver passato tutta la giornata a correggere i registri della biblioteca. Mi sanguinavano i polpastrelli…” Saverio si sistemò accanto a lei. “Vai avanti. Cosa ti è successo?” Eulalia agitò la gamba accavallata. “Due pezzi di m…” Lui le posò l’indice sulle labbra. “Senza turpiloquio, per favore.” La ragazza sbuffò. “Due uomini mi hanno assalita. Li ho sentiti arrivare troppo tardi. Ho chiesto aiuto, nessuno mi ha risposto.” Le mani salirono al viso per asciugare le lacrime. “Mi sono difesa con il bastone. Me lo hanno strappato via. Ho dato calci e pugni ma…” Altre gocce inumidirono il suo volto. “...quello ha tirato fuori un coltello provando a infilzarmi. poi…” Tirò su col naso. “... poi un gran casino la gente urlava. Urlavo pure io. Sono scappata.” Le parole correvano a intermittenza, con uno sforzo doloroso. Brividi freddi le percorrevano le ossa. La testa era china e dondolante. I pugni stretti lasciavano mezzelune sui palmi. “Perché una donna non può uscire profumata come le pare? Perché siamo sempre noi a dover stare attente a come andiamo in giro?”

NdA → Hai voglia di sapere come continua? Lascia un commento qui sotto 😉

racconto breve, fantascienza, scrittura creativa


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